«Piú mi fanno male, piú gli voglio bene. Piú non fanno niente per me, piú voglio fare qualcosa per loro. Piú mi cacciano, piú torno». C'è una casa a Carrapipi, in Sicilia, dove si pranza in bagno, si cena per terra su un tappeto, si usa il terrazzo come se fosse un frigorifero e non si usa il letto per dormire. Ci vive Immacolata, una bambina cui è toccato un nome che contiene un destino: rimanere senza macchie, perfetta e incontaminata come la casa. A dettare legge è sua madre, che comanda un impero di stanze blindate e pavimenti in marmo cristallino, mentre suo padre resta a guardare. Un'impronta è disordine, un odore è disordine, vivere lascia traccia e le tracce non sono ammesse. A tutto questo la piccola risponde a modo suo: trasforma i mobili in pianoforti immaginari, tamburella con le dita su ogni superficie, canta, ascolta, gioca a riconoscere i suoni. Una stranezza e un talento per la musica che diventano la sua resistenza alla dittatura del pulito. È un confine labilissimo a separare, in questo romanzo d'esordio, l'affetto dalla crudeltà, la dedizione dalla follia, il dramma dal ridicolo. Maria Ausilia Di Falco inventa una lingua fanciullesca e pungente, quasi una ninnananna che non concede tregua; racconta come si può deformare una realtà mostruosa e renderla sopportabile per sopravvivere al piú feroce degli amori, quello di una madre. Si ride fin dalla prima riga, ci si commuove fino all'ultima pagina.
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