Il Tafano non cerca il tuo consenso, non ambisce alla tua comprensione, non si inginocchia davanti a nessuna consuetudine narrativa. È un corpo straziato che si offre allo sguardo – un atto di autolesionismo letterario perpetrato in lingua delirante da un’autrice che scrisse “in contrizione, per espiare le sue proprie piaghe e pustole”. Una donna ossessionata insegue attraverso sogni, visioni e incubi il fantasma di Tafano – fratello, sposo, gemello, assillo. Un amore mai consumato che per questo non può morire, una possessione che diventa glossolalia, una ferita che si fa stile. M.lle Ščemjaščich-Zvukov non racconta: incide, sanguina, invoca. La sua prosa evocativa e volutamente indecifrabile ti costringerà a scegliere: abbandonare il libro alla prima pagina o lasciarti possedere fino all’ultima. «Scriverlo è stato il mio solo atto di coraggio», confessò l’autrice prima di sprofondare nel silenzio definitivo. Difficile darle torto. Il Tafano è letteratura al limite dell’afasia, dove la sintassi collassa sotto il peso dell’ossessione e ogni parola è una striscia di sangue (“non si accarezzano le spine”).
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