Nicoletta Fazio conosce bene lo statuto del canto lirico e, nel contempo, le insidie costituite dall’assumere la difficile ”misura” breve e incisiva. Nel corso dei quarantadue testi si dispiegano accenti e motivi, immagini di interni e paesaggi naturali che rimandano ai vertici della lirica italiana novecentesca. Il sentimento della perdita e la condizione di solitudine sono coniugati sul motivo ricorrente della distanza-lontananza, perdita-assenza, e pervadono di pathos anche le soste più quiete di questo andare per canto. Alla fine, però, basta un semplice accento, un suono di appartenenza e l’impossibile accade: il verso, fermato sulla pagina, comincia a generare consolazione, a restituire la grazia e l’innocenza perdute, come quando a volte, dopo un lungo peregrinare, trascorso l’esilio, appare fulgente e rassicurante, in fondo al vicolo del ricordo, l’immensità del mare.
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