“Idda”, letteralmente lei, di Sebastiano Ettore Spoto è un canto continuo, distribuito per componimenti singoli e diviso in cinque sezioni, in cui si attraversa il rapporto speciale che gli abitanti etnei hanno con la loro montagna. Si tratta di un libro dello sguardo e dei sensi perché ci conduce attraverso un paesaggio epifanico in cui l’alba, la neve antica, le vigne rigogliose nate dalla sciara nera e la cenere che imbratta i tetti non sono semplici elementi meteorologici o agrari, ma tessere di un mosaico misterioso. Ma è anche un testo dal tono liturgico, corale e solenne perché il poeta si fa portavoce di una comunità cosciente della propria fragilità e l’inno diventa uno strumento per esorcizzare la paura e riconoscerla quale forma di “misericordia” e “grazia”. Infine è un’opera di antropologia esistenziale. La poesia si cala nella quotidianità dell’uomo etneo: il muretto a secco edificato con la stessa pietra che ha bruciato la terra, il pane che profuma di lava, i panni stesi che accolgono la cenere come una scrittura sacra, e il commovente ritorno dell’emigrato, la cui identità viene immediatamente risanata e riconosciuta dall’ombra vigile della Montagna. (Giuseppe Manitta)
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