L’azione inizia a Siviglia quando il Grande Inquisitore, dopo aver fatto mettere al rogo cento eretici, viene avvertito che Cristo è tornato sulla terra e sta camminando per le strade della città... La “Leggenda del Grande Inquisitore”, inserita da Fëdor Dostoevskij nei Fratelli Karamazov, è uno dei testi più straordinari e perturbanti della modernità europea. In poche pagine, attraverso una costruzione narrativa di altissima intensità drammatica e simbolica, Dostoevskij mette in scena un conflitto che attraversa la storia religiosa, politica e antropologica dell’Occidente: quello tra libertà e obbedienza, tra coscienza e autorità, tra l’amore che non si impone e l’ordine che promette sicurezza. Raimon Panikkar non propone un commento esegetico né una rilettura teorica della Leggenda, ma, attraverso un felice espediente letterario, ne immagina una «continuazione». Il suo testo è una vera e propria riscrittura, che prende sul serio la struttura narrativa dostoevskijana, la fa propria e la prolunga, anche nel tempo storico. Filosofo, teologo, pensatore del dialogo interculturale e interreligioso, Panikkar ha sempre diffidato delle sintesi concettuali sistematiche che pretendono di dire l’ultima parola sul reale. Qui addirittura affida la propria riflessione a una forma narrativa, quella del racconto, capace di sostenere il paradosso e il silenzio.
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