Nella seconda prova poetica della torinese Carola Allemandi una continua ricerca dell’origine si accompagna a una necessità più biologica di sottrazione, di discernimento tra materia e spirito attraverso un incessante atteggiamento fotografico nei confronti del dire poetico, data la naturale sensibilità dell’autrice alla realtà della visione che si fonde con uno smottamento interiore. La lingua, così ridotta all’osso della propria esperienza, compone precisi quadri sintattici dove l’elemento primordiale del reale si scontra con quello puramente metafisico del vorticare di un pensiero sempre in bilico tra lucidità e dispersione. Il risultato che ne consegue è un verseggiare denso e al tempo stesso etereo, dove le metafore e le figure retoriche tentano di testimoniare la dissolvenza del pensarsi vivi così come l’esercizio del sopravvivere a sé stessi, esercizio che nella Allemandi in definitiva pare sostare sempre ai bordi di una tensione squisitamente meditativa ma anche tremendamente, e dunque umanamente, terrestre.
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