"La musa di Di Spigno è, classicamente, figlia della memoria. Il suo sforzo è quello di frenare o addirittura di arrestare il flusso del tempo, di illuminarne una fermata, appunto, per chiarire un'identità che rischia di perdersi, travolta dal corso caotico e inconcludente dei giorni. L'io lirico non si astrae, non si sublima: è nell'ordinario della vita e degli affetti che cerca le proprie 'radici sepolte'. Ecco ; allora i nonni, le prozie, la madre, una Napoli intima, sobria, mai convenzionale, mai trasfigurata. Ambienti e personaggi si presterebbero a un gioco crepuscolare; ma qui non c'è gioco, non c'è ironia, non c'è compiacimento: c'è invece una dolentissima serietà, che fa pensare a volte allo Sbarbaro di Pianissimo, soprattutto alle poesie dedicate al padre e alla sorella. Come Sbarbaro, Di Spigno non bara, non ammanta di letterarietà il suo personale rovello; è capace di nominare le cose senza cercare di straniarle o di nobilitarle coi magheggi e coi fiocchi del 'poetico'. Tutto il. libro è percorso da una religiosità mai esibita, ma anche da una collera trattenuta: collera contro il mondo inautentico, la sciatta iniquità, la banalità, la falsità corrente. Ma la collera - per quanto sacrosanta - non riesce a prevalere: alla fine, la speranza si riaffaccia" (Umberto Fiori).
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