«Vedi, ragazzo, abbiamo mentito per te»: è così che prende avvio, durante un viaggio alle soglie dell'estate, la confessione di Georgij al sedicenne che ha cresciuto come figlio. A suggerirgli che sia giunto il momento di smantellare «la fortezza di menzogne eretta per la sua tranquillità», e rivelare quanto è rimasto nascosto anche dopo il divorzio dalla moglie, è la decisione del giovane Filipp di optare per il doppio cognome sui documenti. Il pensiero di Georgij torna allora a sedici anni prima, ai «due giorni interi» vissuti nella convinzione di essere padre, fino a quella telefonata che, denunciando il tradimento, ha provocato l'insanabile frattura. Per sopportarne il peso non restava che ripararsi dietro una parvenza di normalità, dietro i piccoli gesti quotidiani e le amorose premure, senza tuttavia riuscire mai a domare le sofferenze tacite, i dubbi angosciosi e la paura incombente di perdere un giorno quel figlio amato più che se fosse stato suo. Dina Rubina porta alla luce le incomprensioni, i sentimenti e i risentimenti che si annidano nell'intimità dei rapporti familiari, ce li fa sentire nella carne viva, e ci regala il racconto struggente di un dolore covato troppo a lungo e sublimato in un amore - per una volta quello paterno - capace di trascendere i legami di sangue. Uno di quei piccoli, rari miracoli narrativi in grado di scuotere da cima a fondo il lettore.
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