"Dopo pranzo" è un libro di sguardi corti e di respiro profondo. Muovendo dalla materia più umile — una foglia, una pera, una pietra, l’acqua che insiste — si giunge ad avere un fuoco quieto, una continuità di senso che attraversa le ore e ne misura il peso. Una lingua piana, ma al di sotto della quale scorre una corrente che interroga, così il paesaggio diventa memoria e la memoria paesaggio. Non c’è enfasi, c’è la pazienza di chi posa le parole dove le cose stanno, e le ascolta finché tremano. Nelle pagine di questa silloge l’infanzia e il presente s’intrecciano, la guerra resta al limitare, nominata senza compiacimento, e il quotidiano si illumina di una minima metafisica: il gesto che raccoglie, la misura del silenzio, la fonte che ricomincia. E la ripetizione non è formula, ma diviene respiro, il ritmo tiene insieme cadute e riprese, come un rosario laico di ciò che resta. È una poesia di prossimità, vicina alle cose, distante dal clamore. Chi leggerà queste poesie ne uscirà con una fame consapevole e una sete più giusta, come dopo un pasto frugale che ha rimesso ordine, senza promettere conclusioni.
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