Il vuoto è uno dei concetti più affascinanti del pensiero buddhista. Nel corso dei secoli ogni tradizione lo ha indagato a modo suo, elaborando testi e tecniche di meditazione capaci di avvicinarne il potenziale trasformativo. Il venerabile Anālayo, tra i massimi studiosi del buddhismo delle origini, si rivolge come sempre alle fonti più antiche, e in particolare ai due principali sutta in pāli dedicati al tema: il "Mahāsuññatasutta" e il "Cūḷasuññatasutta". Quest’opera è l’ideale completamento di un cammino iniziato proprio con la traduzione e l’analisi di quei testi e proseguito con l’esplorazione del “senza segno” in "Senza segno, senza morte". Qui lo studio si fa esercizio: l’autore apre una nuova via che accompagna i praticanti non solo a comprendere meglio il vuoto, ma soprattutto a farne esperienza diretta. Nella tradizione più antica, affermare che qualcosa è “vuoto” significa sempre dire che è “vuoto di” qualcosa. Da qui Anālayo conduce il lettore, passo dopo passo, a contatto con i meccanismi profondi e sottili che scardinano il senso del sé, capaci di incrinare ogni presunzione e ogni forma di attaccamento, possesso ed egoismo. Le meditazioni proposte sono un invito quotidiano a lasciare andare, per avvicinarsi sempre di più a “un’esperienza palpabile di libertà interiore”.
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