Già il titolo ci mette in carreggiata nella stesura della nostra esegesi: Cromie. E le cromie non sono forse quelle tante sfumature di colori che reificano i nostri stati d’animo: dal colore pallido della sera, alla luce rosa dell’alba, all’esplosione del sole meridiano. E queste gradazioni non dànno forse l’idea dei nostri patemi esistenziali: malinconia, speranza, gioia; una polisemica e proteiforme significanza con cui l’opera, con tutta la sua fragranza esplorativa, ci mette in viaggio in un mare non sempre in bonaccia. “Nenie e / bianche giunchiglie. // Debordante altalena / di miraggi. // Dolci deliri. // Vita che fugge, / sfugge, / cerca, / anela” (Niente e…). Vincenza Armino vive la vita come retaggio di un tempo che lascia il segno; che muta una storia in fotogrammi preziosi, in momenti reificanti armonie e miraggi.
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