Essere donna è un moto transitivo che sperimenta la deflagrazione della metamorfosi. La lente della maternità rende ogni cosa straniera e inaudita, restringe e allarga. Il corpo della donna non è più il suo spazio. C’è un prima e un dopo. Sull’orlo del pozzo, sole in una cattedrale senza posto per noi, alla ricerca perenne del giorno perduto, la maschera materna svuota l’anima e assolutizza l’esistenza. Il corpo cruna si fa a un passaggio: da corpo contenuto a corpo sublimato. E dopo è tutto un chiedersi: chi siamo? Siamo ancora noi? Ancora siamo noi? Con una nota di Maria Grazia Calandrone
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