«A volte ho l’impressione» scrive Antonella Cilento «che entrare nei racconti di Laudomia Bonanni sia come entrare di lato dentro un quadro molto complesso, meravigliosamente articolato, di cui vorresti assaporare ogni minimo dettaglio sensoriale, la lingua che materializza percezioni squisite e terribili, quando tutto, di colpo, precipita. E solo allora ti accorgi che sei entrata nel quadro mentre tutto, da tempo, stava già precipitando». Questo rovinare, senza possibilità di appiglio, è forse il filo conduttore dei diciannove racconti di "Città del tabacco", nati nell’arco di quasi trent’anni e riuniti per la prima volta in volume nel 1977. Origine e causa della caduta è sempre la guerra, talvolta vicina, talvolta lontana, ma comunque sconvolgimento supremo del mondo materiale e della coscienza interiore. E leggere di contadine, madri, mogli, prostitute, zingare o sfollate, vivide protagoniste di queste storie, ciascuna con il suo unico e gravoso carico umano, eppure comparse insignificanti nel grande teatro della Storia, serve a ricordarci che il rovinare senza appigli di una vita senza voce è, in definitiva, il rovinare stesso dell’umanità.
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