L’eros possiede, almeno in potenza, una carica eversiva, distruttiva e antisociale, che la civiltà ha sempre cercato di rintuzzare, neutralizzare, addomesticare. E la carica antisociale di eros si traduce in ostilità, in irriducibile alterità rispetto al mondo delle leggi, del costume, della morale. Proprio qui sta la tenace, duratura fascinazione per la figura del vampiro, che incarna il sogno di un’esistenza votata unicamente all’eros e al piacere. La morte permette al vampiro di vivere la dimensione dell’eros nel mondo, senza però soggiacere all’apparato normativo e repressivo del mondo stesso. In Carmilla (1872), l’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu dona alla letteratura vampirica il suo ineguagliato capolavoro, trasferendo dalla poesia alla prosa il mito della femme fatale cantato dai romantici – La fidanzata di Corinto (Goethe, 1797), Christabel (Coleridge, 1797-1800), La belle dame sans merci (Keats, 1819) – e traducendo in parole l’atmosfera rarefatta, struggente, sensuale e fatata della pittura preraffaellita. Lo iato incolmabile tra Carmilla – donna vampiro – e il mondo si consuma all’insegna di stati psichici e fisici squisitamente “antisociali”, quali malinconia e indolenza, rapimento e spossatezza: in tal modo, morta al mondo, Carmilla vive unicamente la vita del desiderio, votata com’è all’estasi di quella crudeltà, che pure è amore.
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