Jin-a è stata vittima di abusi da parte del suo compagno e capo del suo dipartimento al lavoro. Dopo aver rischiato la vita più volte ha trovato la forza per denunciarlo, ma al termine del processo è ben lontana dal sentirsi risarcita: all’uomo è stata inflitta una pena lieve e le persone a lei vicine l’hanno delusa, minimizzando e ignorando l’accaduto. Inoltre, è impaurita all’idea che l’uomo possa tornare a minacciarla. Decide così di cercare sostegno on-line, pubblicando la sua storia. Ma anche nel mondo digitale non trova che reazioni scomposte e feroci: nessuna empatia, anzi, ulteriori accuse. Tra la pioggia di commenti spiacevoli ne spicca uno che la offende in modo familiare, riportando un appellativo che affonda le radici nel passato: “aspirapolvere”. La curiosità la spinge a tornare nei luoghi della sua infanzia, dove riemergono ricordi di violenze subite non soltanto da lei ma anche da ragazze a lei vicine, in un intreccio che alza un velo su una piaga estesa nella società coreana così come nel resto del mondo. Autrice di punta della narrativa coreana, con questo romanzo la pluripremiata Kang Hwa-gil decostruisce con sapienza l’idea che alcune vicende ci siano estranee e conduce il lettore in un luogo in cui la violenza subita da una donna – fisica e psicologica – riguarda ogni membro della collettività.
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