"... In siffatto contesto, che uso ne fa Antonio delle parole disposte in acrostici? Diciamo che ne fa un uso, per certi versi, esistenziale ed emozionale, attento a non assegnare loro sovrasensi esoterici. "Nomi e situazioni che si sono imposti in ambiti diversi e che, per differenti punti di vista, si sono evidenziati saldandosi alla memoria": un "gioco" fatto di vocaboli, tra puzzle e "divertissement", ma praticato con la coscienziosa serietà che si deve a certi archetipi cosmologici e culturali, a figure facenti parte dell'immaginario collettivo come emblemi, di volta in volta, di genialità, di armonia, di anticonformismo o di grandiosità immaginativa, se non altresì di smodate ambizioni. Sempre giocando sul filo delle parole, con non comune abilità. Del resto, come diceva Sinisgalli in "L'età della luna", niente è più serio dei giochi che "mettono i filosofi in imbarazzo"." (Vincenzo Guarracino)
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